Tempo fa avevo espresso il mio disappunto nei confronti dei due film di Percy Jackson e gli dèi dell’Olimpo, colpevoli di essere, a mio parere, non solo dei pessimi adattamenti dell’omonima saga letteraria fantasy creata da Rick Riordan, ma anche delle pellicole mediocri di per sé. Avevo perciò grandi aspettative per la nuova versione della storia, una serie prodotta da Disney+ che prometteva di trasporre più fedelmente le avventure del giovane Percy e soci. L’attesa alla fine ha ripagato? Be’, diciamo sì e no.

Distribuita in streaming nel 2023, la prima stagione copre naturalmente gli eventi del primo libro, Il ladro di fulmini. Facciamo quindi di nuovo la conoscenza di Percy Jackson (Walker Scobell), dodicenne newyorkese dislessico e con deficit dell’attenzione, che scopre che gli dèi dell’Olimpo esistono davvero e che lui stesso è figlio di Poseidone. Dopo aver trovato rifugio al Campo Mezzosangue e aver stretto amicizia con il satiro Grover (Aryan Simhadri) e la figlia di Atena Annabeth (Leah Sava Jeffries), il ragazzo si imbarca in un’impresa per recuperare la Folgore Olimpica, rubata a Zeus in circostanze misteriose, e prevenire lo scoppio di una guerra tra divinità.

Grover, Percy e Annabeth
Il nuovo trio!

Lo dico subito: questa nuova iterazione della saga fantasy dello “Zio Rick” è molto più fedele ai libri rispetto ai film con Logan Lerman. La trama segue in linea di massima quella del romanzo, senza eccessivi stravolgimenti, e quelle poche libertà narrative che lo show si concede hanno (il più delle volte) un senso logico. Alcune ad esempio servono a giustificare alcune ingenuità dell’opera originale, altre invece forniscono maggiore background ai personaggi secondari, in particolare ai “mostri” (come Medusa e le Furie).

Tra i tanti elementi presenti nel libro, ma assenti nei film, che vengono qui ripristinati, uno dei più graditi riguarda la struttura del Campo Mezzosangue, dove finalmente fanno la loro comparsa le dodici case dedicate agli dèi, in cui alloggiano i giovani eroi in base al rispettivo genitore. Allo stesso tempo, fa piacere ritrovare episodi che erano stati stravolti o ignorati nella precedente trasposizione, come l’incontro con Ares e lo scontro con la Chimera in cima al Gateway Arch di Saint Louis. Pure gli aspetti relativi alla mitologia greca vengono portati in scena e attualizzati in maniera più corretta e rispettosa, il che permette di evitarci scivoloni imbarazzanti come la presenza di Persefone nell’Ade in piena primavera.

Annabeth, Percy e Grover
Ci sono pure le magliette arancioni del Campo! Se non è attenzione ai dettagli questa…

Il cast nel complesso funziona, merito anche del fatto che, per interpretare i tre protagonisti, stavolta hanno ingaggiato dei veri teenager e non dei ventenni. Walker Scobell soprattutto si dimostra perfetto come nuovo Percy, reggendo bene il confronto con l’interpretazione di Lerman. Convincenti anche gli attori adulti, da Glynn Turman (Chirone) a Jason Mantzoukas (il signor D), da Lin-Manuel Miranda (Ermes) a Virginia Kull (Sally Jackson), senza dimenticare il wrestler Adam Copeland, che ruba letteralmente la scena nei panni di Ares. Una menzione speciale va al compianto Lance Reddick (qui in una delle sue ultime apparizioni prima della morte), il quale dà corpo al re dell’Olimpo Zeus con un perfetto mix di nobiltà e superbia.

Lance Reddick (Zeus)
Rest in Power, Lance!

Gli effetti speciali sono di buon livello, considerato il budget televisivo. Al limite si può avanzare qualche riserva sull’uso eccessivo dello StageCraft, reso probabilmente necessario per via delle restrizioni anti-Covid, ma che purtroppo toglie un certo grado di autenticità alle scene ambientate in esterni. Al contrario le musiche di Bear McCreary sono ottime e donano allo show la giusta atmosfera, epica e avventurosa allo stesso tempo.

Sfortunatamente non è tutto oro quel che luccica. Malgrado i tanti pro elencati finora, Percy Jackson e gli dèi dell’Olimpo presenta infatti svariati problemi che mi impediscono di dargli una valutazione completamente positiva.

Innanzitutto il tono. Chi ha letto i libri sa quanto sono leggeri e ironici, pieni di momenti spiritosi e di personaggi che spesso e volentieri snocciolano battute per spezzare la tensione. A sorpresa, la serie si prende invece molto sul serio, addirittura più di quanto faceva il primo film (che almeno qualche gag la inseriva). La cosa mi lascia perplesso, specie alla luce del diretto coinvolgimento di Riordan nel progetto. Se ai tempi della trasposizione cinematografica era stato bellamente ignorato, stavolta l’autore ha infatti preso parte in maniera attiva alla creazione dello show, figurando come co-creatore, produttore e sceneggiatore di alcuni episodi, e promettendo una maggiore aderenza all’opera originale. Perché dunque optare per un approccio più serioso, quando uno degli aspetti più apprezzati della saga è proprio la sua forte componente umoristica?

Percy e Annabeth
Un fotogramma dell’episodio 6, l’unico con un po’ di ironia

Un altro difetto è il ritmo. Come (quasi) tutte le serie Disney+, anche Percy Jackson alterna episodi eccessivamente corti e sbrigativi ad altri che durano più del necessario, perlopiù a causa di aggiunte inutili che non fanno che allungare il brodo. Ne consegue che, nonostante sia composta da ben 8 episodi da 40 minuti ciascuno, la stagione in certi punti risulta addirittura più frettolosa dell’adattamento cinematografico, mentre le sequenze create per l’occasione tolgono spazio agli eventi principali e alla crescita dei protagonisti, che purtroppo risultano appena abbozzati.

A disturbare di più è la tendenza dello show a dare per scontato molti elementi legati alla “lore” della saga, quasi come se gli sceneggiatori confidassero nella capacità dei fan di “riempire i buchi”, ignorando però le necessità degli spettatori occasionali. Ad esempio non viene spiegato il motivo per cui le divinità dell’Olimpo si sono trasferite in cima all’Empire State Building, né perché i semidei sono tutti dislessici e iperattivi, e tantomeno perché il Signor D non può bere alcolici senza che questi si trasformino in acqua. Tutte cose che al contrario i film, al di là di tutto, dicevano a chiare lette.

Medusa
“Come sarebbe a dire che Uma Thurman è meglio di me?!!”

Oltre a ciò, ho trovato irritante l’apparente “onniscienza” che caratterizza i tre protagonisti ogni volta che incappano in qualche luogo o personaggio misterioso. Nel romanzo ci vuole sempre un po’ prima che i ragazzi capiscano in che cosa si sono cacciati, e in effetti parte del fascino consiste nell'”unire i puntini” e cercare di indovinare in anticipo a quale figura o situazione legata alla mitologia greca fa riferimento l’episodio in questione. Nella serie invece tutti sanno già tutto, indipendentemente da quanto sia nota la storia originale (alzi la mano chi conosce Procuste) o da quanto abbia senso all’interno della trama (tutto il capitolo del Casinò Lotus si basa proprio sul fatto che loro ignorano di trovarsi nel covo dei Lotofagi).

Un’ultima critica riguarda poi Annabeth, e non tanto per il cambio di etnia. Certo, resta una scelta discutibile, anche per me che in genere non sono contrario, e per una semplice ragione: considerato che il “Riordanverse” è già pieno di figure appartenenti alle minoranze più disparate (neri, asiatici, musulmani, gay, genderfluid e così via), era davvero necessario trasformare uno dei personaggi bianchi in afroamericano? In ogni caso, il vero problema è che Leah Sava Jeffries, che sarebbe anche una brava attrice (nell’eco-thriller Beast non se l’era cavata male), in questo ruolo purtroppo appare legnosa e poco carismatica, incapace di trasmettere quella vivacità tipica di Annabeth (e non è d’aiuto il doppiaggio italiano, che appiattisce ancora di più la sua performance). Un vero peccato, perché non vedevo l’ora di difenderla dagli hater che l’hanno attaccata vergognosamente fin da subito.

Annabeth
Che poi, lei sarebbe stata una perfetta Meg McCaffrey…

Insomma, mi aspettavo di più da questa serie. Anche se è comunque migliore dei lungometraggi (almeno in quanto a fedeltà), sfortunatamente resta una versione timida e troppo seriosa di quanto messo per iscritto da Riordan. Non vorrei dirlo, ma continuo a pensare che, al di là di tutti gli stravolgimenti nella trama, il film de Il Mare dei Mostri sia l’unica trasposizione che è davvero riuscita a catturare lo stile e lo spirito dei romanzi. Spero tanto che nella seconda stagione aggiustino il tiro, perché ho atteso molto tempo per vedere trasposte su schermo in maniera dignitosa le avventure di Percy e compagni e non vorrei rimanere deluso ancora una volta.